Picture by Steno Tung

venerdì 26 novembre 2010

03

Alle tre di notte è troppo presto
o troppo tardi per andare in qualsiasi posto.
Alle tre di notte non hai nessun compagno di viaggio,
hai solo la tua ombra proiettata sulle pareti.
Nel buio, spesso, rabbia e malinconia
hanno la stessa origine;
se la prima ingoia la seconda
torni a casa con le mani sporche di sangue,
se la seconda ingoia la prima
non torni a casa.

lunedì 22 novembre 2010

Brandelli

Ho fatto a brandelli la tua ultmia lettera,  
ho fatto a brandelli anche le altre 23.      
Ho fatto a brandelli la letteratura assaporata assieme
- e - ogni pezzo di parete dove ci siamo appoggiati.
Ho fatto a brandelli l'alcol che abbiamo bevuto.
Ho fatto a brandelli i fotogrammi del nostro film preferito,
- e - ogni tua foto in pose seducenti.
Ho fatto a brandelli tutto quello che non ho fatto per te.
Ho fatto a brandelli la verità nelle tue scarpe
- e - il vinile su cui ci sentivamo uguali, in modo diverso.
Ho fatto a brandelli lenzuola, indumenti....tutto.

Ho fatto a brandelli la sabbia su cui hai dormito
- e - l'aria che mi hai risucchiato.
Ho fatto a brandelli lo specchio su cui hai scritto:"Ineluttabile".
Ho fatto a brandelli la pioggia sul nostro viso
-e - la porzione di cervello che ti avevo dedicato.
Ho fatto a brandelli le tue lacrime sporche di trucco.
Ho fatto a brandelli gli ultimi batteri che mi hai lasciato addosso.

giovedì 18 novembre 2010

Stasi

Vedo molti topoi di quella serata, alcuni di essi ricorrono in altre serate. Vedo un postaccio poco fuori dal centro. Un posto dove bere costa poco, davvero poco. Vedo gente venuta da Marte, o da Giove. Non ricordo mai la provenienza della gente del Magazzino.  Vedo le solite sempre sconvolgenti amicizie al mio fianco;  vedo che in una cosa sono davvero bravo: nel circondarmi di gente che conosce il significato delle cose.
Vedo anche il solito sentimento altalenante di noia, rabbia entropia.
Vedo Matteo sbronzo, non troppo. Vedo che barcolla abbastanza da mostrami le sue labbra violacee di etanolo. Lo vedo accostarsi ad un tavolino già traballante. Lo vedo appoggiarsi con far goffo. Vedo un bicchiere. Vedo del vino in quel bicchiere. Vedo Matteo muovere in modo costante il tavolino. Vedo il bicchiere oscillare vorticosamente sul bordo del tavolino. Vedo tutto questo mentre sono a mezzo metro dal tutto. Posso dire qualcosa a Matteo. Posso spostare il bicchiere. Posso ma resto a guardare. E mentre penso il bicchiere cade e mi sporca di vino le scarpe.

Vedo me ancora fermo e in quel preciso istante un ricordo lontano irrompe nella mia testa. Vedo me immobile. Vedo lei pian piano scivolare via. Vedo lei a mezzo metro da me. Potrei afferrarla. Vedo me sempre immobile. Vedo la sua immagine sfuocata e lontanta. Potrei raggiungerla ancora. Potrei ma non lo faccio. Vedo solo il buio e lei ormai è parte di quel buio. La stasi non è una condizione, è una scelta.

sabato 13 novembre 2010

Non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più

Non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più.
Sono andati via tutti ormai. La casa è quasi del tutto vuota.
Un materasso a terra senza lenzuola, bottiglie prive di vita.
Il sole filtra dalle persiane poggiandosi su un libro, l'ultimo.
La sola cosa che mi ricorda che forse c'è ancora qualcuno.
Ma non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più.
Solo il libro preso in biblioteca, usurato come le strade del mondo.
Sul retro c'è un numero di telefono; forse c'è ancora qualcuno.
Compongo il numero, interminabile è l'attesa; ma forse c'è ancora qualcuno.
Una voce senza tempo mi risponde.
Lidia è il suo nome.
Non so chi sia, non sa chi sono.
Mi dice che sta per prendere un treno; mi chiede di raggiungerla.
Allora c'è ancora qualcuno.
Esco, non posso restare. Non posso essere l'ultimo.
C'è ancora qualcuno.
Non c'è più niente che abiti questo posto, nemmeno io ormai.
Sul pavimento impolverato lascio un'ultima traccia:
"se i treni partono, vorrà pur dire qualcosa".

giovedì 4 novembre 2010

N.5

Pioveva, pioveva come in un film americano.
Scelse in modo accurato la sua uscita di scena,
impregnando per bene le pareti col suo n.5.
Aveva un neo appena sotto l'occhio sinistro,
si dice che chi abbia un neo sulla via della lacrima sia destinato
ad una vita di solitudine.
Il suo incanto trasformava tutto ciò che la circondava,
trasfigurava e nutriva di bellezza anche l'ovvietà.
Se avesse avuto una forma completamente diversa,
il suo impatto sul mondo sarebbe rimasto inalterato.
Lei non faceva parte di questo disegno divino,
era solo una spettatrice.
Si teneva aggrappata alla paura,
solo per poter avere qualcosa.

lunedì 1 novembre 2010

Un cielo arancio lampione

Il respiro si era fatto pesante, affannato e reso più difficoltoso dalla temperatura fredda al limite della sopportazione. Era evidente l'aria espirata che si condensava. Ormai era più di una settimana che il termometro, anche durante le ore mattutine, rimaneva sempre al di sotto dello zero.
Da qualche ora aveva anche cominciato a nevicare; i fiocchi copiosi avevano preso a coprire l'intera città avvolgendola di un fanciullesco candore. Qualsiasi luogo, fosse anche l'inferno stesso, quando spolverato dai fiocchi di neve diventa sempre fascinoso, ammaliatore, traboccante di languore e struggimento. E' incredibile come una materia algida come la neve possa riscaldare e rendere più accogliente qualsiasi luogo.
Seppur incantevole, la città era quasi completamente deserta. Era mezzanotte e solitamente le strade formicolavano di persone e macchine; il loro vociare e i loro rumori rendevano la città acusticamente sorda alla poetica romantica.
Percosse qualche centinaio di metri incurante delle orme che i suoi grossi piedi lasciavano sul tappeto nevoso. Quei piedi li detestava. Erano stati sempre un freno alle sue ambizioni. Non gli permisero di diventare un'atleta professionista. Seppur talentuoso, un centometrista con 50 di piede non sarebbe mai potuto essere realmente competitivo. Il suo handicap riduceva la corsa, era come gareggiare con delle pinne ai piedi. Non erano stati rari i casi in cui, il suo sgambettare al limite della goffaggine, gli aveva causato cadute rovinose e doloranti. Non solo, in quelle occasioni il pubblico non si era mai tirato indietro dal schernirlo. Il pubblico, la platea sin dalle prime forme di società si è sempre ritenuto in dovere di mostrare un malefico ed incurabile giudizio beffardo nei confronti del diverso. Fosse anche avere appena 13 anni il diverso.
Ma in quella fredda notte non erano quelli i pensieri che albergavano la sua testa. Ogni sua riflessione era dedicata si al passato, ma ad un passato dell'immediato presente e non così lontano nel tempo. Per essere precisi il passato in questione era trascorso da non più di mezz'ora, lo sapeva perché aveva controllato l'orario sul suo orologio da taschino.
Raggiunse la fermata del bus, la novanta come al solito era impeccabilmente puntuale. Salì notando come anche il mezzo era stranamente deserto, fatto più che insolito per un mezzo storico come la 90. In pochi minuti raggiunse casa. Entratovi non tolse sciarpa e cappotto come abitualmente era solito fare; ma si diresse verso la dispensa dove prese la sua amata bottiglia di Rum Appleton Estate, invecchiato in botti di rovere per 21 anni. Ne versò una quantitativo necessario da rendere il bicchiere colmo.
Dalila aveva 21 anni esatti, la stessa età del rum. Con l'unica differenza che i postumi del rum gli avrebbero dato noia per le prossime 24 ore, quelli di Dalila probabilmente lo avrebbero portato alla morte. 
Una volta dopo aver fatto l'amore Dalila gli disse:”Solo chi ha capito il significato della vita, può desiderare e trovare la morte”.
Prese il bicchiere di rum, il pacchetto delle Lucky e si recò sul terrazzo. Dal decimo piano il candore cittadino era al massimo splendore. Le luci arancioni dei lampioni si riflettevano sulla neve, ed essa di rimando dipingeva il buio illuminando il cielo di un arancio mite e tiepido. Il risultato era una scialba aurora boreale, privata di alcuni movimenti cromatici. Ma a questa latitudine era il massimo che si potesse ambire dall'etere.
Dalila dunque, Dalila imperava nel suo essere ormai. Ancor di più le ultime parole che le aveva donato. La conosceva abbastanza da sapere che quelle erano le ultime parole, gli ultimi sguardi, gli ultimi momenti di complicità che Dalila gli aveva concesso. D'ora in poi la sua vita sarebbe stata priva di Dalila.
Ti lascio, vado a vivere con Marco in Belgio. Gli hanno offerto un posto come responsabile di filiale. Non ha dovuto neanche sostenere un colloquio, lo hanno cercato loro”.
Marco, risultava un tipo arguto ai più. Cercava di suscitare simpatia e sagacia arricchendo i suoi discorsi con un esperanto casereccio, con forme verbali come “lovare” o “startire”. Ma quella sagacia da quattro soldi suscitava in Boris una tremende tristezza.
Dopo l'esposizione laconica e priva di poesia, Dalila si voltò e scomparve, risucchiata dalla neve che aveva preso a cadere. La neve non rese più caldo e piacevole quel ricordo.
Boris bevve con un solo sorso il rum nel bicchiere, aspirò l'ultima parte della sigaretta. Poi si spogliò, completamente nudo. Ripose e ripiegò con cura gli abiti lasciandoli sul tavolo.
Si sdraiò sulla spessa coperta di neve che oramai formatasi sul pavimento, e chiuse gli occhi. La schiena non dava informazioni al cervello sulla temperatura percepita; il rum aveva fatto il suo dovere anestetizzando i sensi. Inoltre il suo corpo era irrobustito ed ormai profondo conoscitore di temperature ben più rigide, avendo di fatto trascorso infanzia ed adolescenza svezzato dalla Grande Madre Russia. Il ricordo che più vividamente associava a quegli anni vissuti in patria era quello del volto barbuto e canuto del suo amato padre.
Suo padre, suo padre era un costruttore di strade. Nutriva nei confronti del padre, e del suo lavoro, una lodevole devozione che rasentava una laica venerazione.
Costruire le strade. Seguirne l'andatura e il passo. Sono azioni che corrispondono ad una sorte di amplesso metafisico in cui sia colui che costruisce una strada, sia colui che decide di percorrerla, dona gratuitamente qualcosa di meraviglioso all'altro.
Colui che la costruisce dona un percorso. Senza risparmiarsi in fatica studia il percorso più agevole e breve che possa condurre in un posto. Preoccupandosi di rendere tale percorso il più gradevole possibile. Un dono di pura gratuità.
Chi decide di perseguirla mostra una fiducia apparentemente priva di logica. Si fida del fatto che quella strada conduca davvero nel posto in cui il cartello direzionale ne mostra il nome. E pur non avendo mai conosciuto il costruttore si fida del fatto che quello sia il percorso migliore da compiere.
Dalila, dalla carnagione ingenua, col suo odore nocivo e morboso. Morboso a tal punto da creare dipendenza. Malsana, come ogni dipendenza.
Dalila, come superare Dalila. Impossibile da dimenticare. Ha già dimenticato troppe persone, l'oblio è già colmo di persone, eventi e sensazioni da dimenticare. Troppi fantasmi abitano ormai quei luoghi. Boris non ha più il diritto di dimenticare. Dalila resterà là, senza aver la possibilità di essere emotivamente soppressa.
Qualcosa però deve farla. Una soluzione deve trovarla. Ed anche in tempi relativamente ristretti. L'alcol, e il suo effetto anestetizzante, ne avrà ancora al massimo per 5 ore. Poi la coscienza vulcanica riemergerà a riprendere il controllo emotivo e cerebrale.
Sarà solo, senza Dalila ad affrontare questo problema. Questa volta Dalila ha scelto di essere il problema e non la soluzione.
L'indomani acquisterà il giornale locale, non sarà interessato alla cronaca o agli eventi mondani. Cercherà un lavoro a tempo pieno per poter occupare la giornata.
Del resto non sa molto, solo che Dalila, ormai è in Belgio.