... E forse non mi rendo conto che in questo preciso momento i mie capelli stanno crescendo;
e forse non mi rendo conto che dal momento in cui l'ho conosciuta scrivo la lettera "a" proprio come faceva lei;
e forse non mi rendo conto che spesso ciò che desidero e ciò che non vorrei mai avere, coincidono;
e forse non mi rendo conto che la prima cosa che vorrei fare non appena giunto in qualsiasi posto, è andarmene;
e forse non mi rendo conto del perchè mi sveglio sempre alle 4 e 40 del mattino;
e forse non mi rendo conto che spesso la massima aspirazione a cui ambisco è l'anonimato:
e forse non mi rendo conto che più cerco di sembrare normale e più mi sento un alieno;
e forse non mi rendo conto che il solo guardare mi rende colpevole;
e forse non mi rendo conto che il nulla arriva sempre prima di qualsiasi altra cosa;
e forse non mi rendo conto che i pelucchi delle calze che si depositano sul fondo delle scarpe, rendono la punta più dura e resistente;
e forse non mi rendo conto che delle volte ci nutriamo di pezzi di vetro solo per sedare il deleterio bisogno della fame;
e forse non mi rendo conto che la rassegnazione è un lusso che non posso più permettermi:
e forse non mi rendo conto di quel qualcosa che più di qualcos'altro riesce a farmi ululare, gridare, strapparmi i capelli;
e forse non mi rendo conto che la vita del fuco non fa per me;
e forse non mi rendo conto che più ingoio l'amaro e più il dolce mi sembrerà ambrosia;
e forse non mi rendo conto che l'astinenza crea dipendenza;
e forse non mi rendo conto che finchè si è incazzati si può stare tranquilli;
e forse non mi rendo conto che la solitudine è la massima espressione della mia forza, ma al tempo stesso la massima espressione della mia debolezza;
e forse non mi rendo conto che i segnali di fumo vengono scambiati come pericolo d'incendio;
e forse non mi rendo conto che nn servono delle sbarre per poterti sentire recluso;
e forse non mi rendo conto di quanta bellezza mie perdo quotidianamente;
e forse non mi rendo conto che non ci sono più parole, ma si può solo urlare;
e forse non mi rendo conto che l'inferno siamo noi;
e forse non mi rendo conto che ho le risposte, ma ho dimenticato le domande...
Picture by Steno Tung
sabato 18 dicembre 2010
martedì 7 dicembre 2010
Chroma
Era una notte in cui tutto poteva succedere. Il sonno non ne voleva sapere di farmi compagnia, per questo decisi di andare in soffitta. Erano anni che non vi andavo. I miei piedi nudi lasciavano tracce ben visibili sul tappeto di polvere. Eccola, era la doveva l'avevo lasciata.
Una vecchia lampada da tavolo degli anni '40, nel pieno stile delle lampade da interrogatorio poliziesco. L'accesi e rivolsi la luce nel buio verso di me. In un istante la mia mente cancellò i colori, e le immagini divennero in bianco e nero. La lampada divenne il proiettore, il mio volto la pellicola e la parete lo schermo su cui scorrevano le immagini.
Misi su un vecchio vinile di Robert Johnson per rendere l'atmosfera ancora più scenica. I primi ricordi oltre ad essere in bianco e nero erano anche sfuocati e mal illuminati. All'epoca parlavo una lingua molto semplice, e di riflesso pensavo in modo semplice. Poi d'un tratto una mano comparve sullo schermo e pose una maschera sul mio volto. Era bianca, di un bianco sporco. Il volto era inespressivo e solo gli occhi mostravano esistenza. Man mano che il volto assorbiva la maschera; la pellicola cominciò ad essere ben illuminata e messa a fuoco. Acquisì emotività.
Gli anni della mia vita continuarono a scorrere sulla parete ed ecco d'un tratto un'altra mano comparire sullo schermo e porre un'altra maschera sul mio volto. Era diversa dalla precedente. Era rossa. Rosso scarlatto. Mostrava rabbia, m'impauriva. Mentre il mio volto assorbiva anche quest'altra maschera, lo spettro dei colori rossi cominciò a catturare alcuni oggetti nella pellicola e il mio volto cominciò a mostrare espressività.
Eccone un'altra grigio ghiaccio, ed un'altra nero orrore. Blu... Verde... Giallo... Viola... Decisione, Speranza, Delusione, Stupore. Mani che pongono maschere, colori che mostrano conoscenza. Ed ogni sfumatura porta con se nuovi scenari. Infiniti colori a dare forma al mio volto, in attesa della prossima mano, della prossima maschera, del prossimo colore da poter inscenare nella quotidianeità.
Una vecchia lampada da tavolo degli anni '40, nel pieno stile delle lampade da interrogatorio poliziesco. L'accesi e rivolsi la luce nel buio verso di me. In un istante la mia mente cancellò i colori, e le immagini divennero in bianco e nero. La lampada divenne il proiettore, il mio volto la pellicola e la parete lo schermo su cui scorrevano le immagini.
Misi su un vecchio vinile di Robert Johnson per rendere l'atmosfera ancora più scenica. I primi ricordi oltre ad essere in bianco e nero erano anche sfuocati e mal illuminati. All'epoca parlavo una lingua molto semplice, e di riflesso pensavo in modo semplice. Poi d'un tratto una mano comparve sullo schermo e pose una maschera sul mio volto. Era bianca, di un bianco sporco. Il volto era inespressivo e solo gli occhi mostravano esistenza. Man mano che il volto assorbiva la maschera; la pellicola cominciò ad essere ben illuminata e messa a fuoco. Acquisì emotività.
Gli anni della mia vita continuarono a scorrere sulla parete ed ecco d'un tratto un'altra mano comparire sullo schermo e porre un'altra maschera sul mio volto. Era diversa dalla precedente. Era rossa. Rosso scarlatto. Mostrava rabbia, m'impauriva. Mentre il mio volto assorbiva anche quest'altra maschera, lo spettro dei colori rossi cominciò a catturare alcuni oggetti nella pellicola e il mio volto cominciò a mostrare espressività.
Eccone un'altra grigio ghiaccio, ed un'altra nero orrore. Blu... Verde... Giallo... Viola... Decisione, Speranza, Delusione, Stupore. Mani che pongono maschere, colori che mostrano conoscenza. Ed ogni sfumatura porta con se nuovi scenari. Infiniti colori a dare forma al mio volto, in attesa della prossima mano, della prossima maschera, del prossimo colore da poter inscenare nella quotidianeità.
venerdì 26 novembre 2010
03
Alle tre di notte è troppo presto
o troppo tardi per andare in qualsiasi posto.
Alle tre di notte non hai nessun compagno di viaggio,
hai solo la tua ombra proiettata sulle pareti.
Nel buio, spesso, rabbia e malinconia
hanno la stessa origine;
se la prima ingoia la seconda
torni a casa con le mani sporche di sangue,
se la seconda ingoia la prima
non torni a casa.
o troppo tardi per andare in qualsiasi posto.
Alle tre di notte non hai nessun compagno di viaggio,
hai solo la tua ombra proiettata sulle pareti.
Nel buio, spesso, rabbia e malinconia
hanno la stessa origine;
se la prima ingoia la seconda
torni a casa con le mani sporche di sangue,
se la seconda ingoia la prima
non torni a casa.
lunedì 22 novembre 2010
Brandelli
Ho fatto a brandelli la tua ultmia lettera,
ho fatto a brandelli anche le altre 23.
Ho fatto a brandelli la letteratura assaporata assieme
- e - ogni pezzo di parete dove ci siamo appoggiati.
Ho fatto a brandelli l'alcol che abbiamo bevuto.
Ho fatto a brandelli i fotogrammi del nostro film preferito,
- e - ogni tua foto in pose seducenti.
Ho fatto a brandelli tutto quello che non ho fatto per te.
Ho fatto a brandelli la verità nelle tue scarpe
- e - il vinile su cui ci sentivamo uguali, in modo diverso.
Ho fatto a brandelli lenzuola, indumenti....tutto.
Ho fatto a brandelli la sabbia su cui hai dormito
- e - l'aria che mi hai risucchiato.
Ho fatto a brandelli lo specchio su cui hai scritto:"Ineluttabile".
Ho fatto a brandelli la pioggia sul nostro viso
-e - la porzione di cervello che ti avevo dedicato.
Ho fatto a brandelli le tue lacrime sporche di trucco.
Ho fatto a brandelli gli ultimi batteri che mi hai lasciato addosso.
ho fatto a brandelli anche le altre 23.
Ho fatto a brandelli la letteratura assaporata assieme
- e - ogni pezzo di parete dove ci siamo appoggiati.
Ho fatto a brandelli l'alcol che abbiamo bevuto.
Ho fatto a brandelli i fotogrammi del nostro film preferito,
- e - ogni tua foto in pose seducenti.
Ho fatto a brandelli tutto quello che non ho fatto per te.
Ho fatto a brandelli la verità nelle tue scarpe
- e - il vinile su cui ci sentivamo uguali, in modo diverso.
Ho fatto a brandelli lenzuola, indumenti....tutto.
Ho fatto a brandelli la sabbia su cui hai dormito
- e - l'aria che mi hai risucchiato.
Ho fatto a brandelli lo specchio su cui hai scritto:"Ineluttabile".
Ho fatto a brandelli la pioggia sul nostro viso
-e - la porzione di cervello che ti avevo dedicato.
Ho fatto a brandelli le tue lacrime sporche di trucco.
Ho fatto a brandelli gli ultimi batteri che mi hai lasciato addosso.
giovedì 18 novembre 2010
Stasi
Vedo molti topoi di quella serata, alcuni di essi ricorrono in altre serate. Vedo un postaccio poco fuori dal centro. Un posto dove bere costa poco, davvero poco. Vedo gente venuta da Marte, o da Giove. Non ricordo mai la provenienza della gente del Magazzino. Vedo le solite sempre sconvolgenti amicizie al mio fianco; vedo che in una cosa sono davvero bravo: nel circondarmi di gente che conosce il significato delle cose.
Vedo anche il solito sentimento altalenante di noia, rabbia entropia.
Vedo Matteo sbronzo, non troppo. Vedo che barcolla abbastanza da mostrami le sue labbra violacee di etanolo. Lo vedo accostarsi ad un tavolino già traballante. Lo vedo appoggiarsi con far goffo. Vedo un bicchiere. Vedo del vino in quel bicchiere. Vedo Matteo muovere in modo costante il tavolino. Vedo il bicchiere oscillare vorticosamente sul bordo del tavolino. Vedo tutto questo mentre sono a mezzo metro dal tutto. Posso dire qualcosa a Matteo. Posso spostare il bicchiere. Posso ma resto a guardare. E mentre penso il bicchiere cade e mi sporca di vino le scarpe.
Vedo me ancora fermo e in quel preciso istante un ricordo lontano irrompe nella mia testa. Vedo me immobile. Vedo lei pian piano scivolare via. Vedo lei a mezzo metro da me. Potrei afferrarla. Vedo me sempre immobile. Vedo la sua immagine sfuocata e lontanta. Potrei raggiungerla ancora. Potrei ma non lo faccio. Vedo solo il buio e lei ormai è parte di quel buio. La stasi non è una condizione, è una scelta.
Vedo anche il solito sentimento altalenante di noia, rabbia entropia.
Vedo Matteo sbronzo, non troppo. Vedo che barcolla abbastanza da mostrami le sue labbra violacee di etanolo. Lo vedo accostarsi ad un tavolino già traballante. Lo vedo appoggiarsi con far goffo. Vedo un bicchiere. Vedo del vino in quel bicchiere. Vedo Matteo muovere in modo costante il tavolino. Vedo il bicchiere oscillare vorticosamente sul bordo del tavolino. Vedo tutto questo mentre sono a mezzo metro dal tutto. Posso dire qualcosa a Matteo. Posso spostare il bicchiere. Posso ma resto a guardare. E mentre penso il bicchiere cade e mi sporca di vino le scarpe.
Vedo me ancora fermo e in quel preciso istante un ricordo lontano irrompe nella mia testa. Vedo me immobile. Vedo lei pian piano scivolare via. Vedo lei a mezzo metro da me. Potrei afferrarla. Vedo me sempre immobile. Vedo la sua immagine sfuocata e lontanta. Potrei raggiungerla ancora. Potrei ma non lo faccio. Vedo solo il buio e lei ormai è parte di quel buio. La stasi non è una condizione, è una scelta.
sabato 13 novembre 2010
Non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più
Non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più.
Sono andati via tutti ormai. La casa è quasi del tutto vuota.
Un materasso a terra senza lenzuola, bottiglie prive di vita.
Il sole filtra dalle persiane poggiandosi su un libro, l'ultimo.
La sola cosa che mi ricorda che forse c'è ancora qualcuno.
Ma non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più.
Solo il libro preso in biblioteca, usurato come le strade del mondo.
Sul retro c'è un numero di telefono; forse c'è ancora qualcuno.
Compongo il numero, interminabile è l'attesa; ma forse c'è ancora qualcuno.
Una voce senza tempo mi risponde.
Lidia è il suo nome.
Non so chi sia, non sa chi sono.
Mi dice che sta per prendere un treno; mi chiede di raggiungerla.
Allora c'è ancora qualcuno.
Esco, non posso restare. Non posso essere l'ultimo.
C'è ancora qualcuno.
Non c'è più niente che abiti questo posto, nemmeno io ormai.
Sul pavimento impolverato lascio un'ultima traccia:
"se i treni partono, vorrà pur dire qualcosa".
Sono andati via tutti ormai. La casa è quasi del tutto vuota.
Un materasso a terra senza lenzuola, bottiglie prive di vita.
Il sole filtra dalle persiane poggiandosi su un libro, l'ultimo.
La sola cosa che mi ricorda che forse c'è ancora qualcuno.
Ma non c'è più niente che abiti questo posto, nulla più.
Solo il libro preso in biblioteca, usurato come le strade del mondo.
Sul retro c'è un numero di telefono; forse c'è ancora qualcuno.
Compongo il numero, interminabile è l'attesa; ma forse c'è ancora qualcuno.
Una voce senza tempo mi risponde.
Lidia è il suo nome.
Non so chi sia, non sa chi sono.
Mi dice che sta per prendere un treno; mi chiede di raggiungerla.
Allora c'è ancora qualcuno.
Esco, non posso restare. Non posso essere l'ultimo.
C'è ancora qualcuno.
Non c'è più niente che abiti questo posto, nemmeno io ormai.
Sul pavimento impolverato lascio un'ultima traccia:
"se i treni partono, vorrà pur dire qualcosa".
giovedì 4 novembre 2010
N.5
Pioveva, pioveva come in un film americano.
Scelse in modo accurato la sua uscita di scena,
impregnando per bene le pareti col suo n.5.
Aveva un neo appena sotto l'occhio sinistro,
si dice che chi abbia un neo sulla via della lacrima sia destinato
ad una vita di solitudine.
Il suo incanto trasformava tutto ciò che la circondava,
trasfigurava e nutriva di bellezza anche l'ovvietà.
Se avesse avuto una forma completamente diversa,
il suo impatto sul mondo sarebbe rimasto inalterato.
Lei non faceva parte di questo disegno divino,
era solo una spettatrice.
Si teneva aggrappata alla paura,
solo per poter avere qualcosa.
Scelse in modo accurato la sua uscita di scena,
impregnando per bene le pareti col suo n.5.
Aveva un neo appena sotto l'occhio sinistro,
si dice che chi abbia un neo sulla via della lacrima sia destinato
ad una vita di solitudine.
Il suo incanto trasformava tutto ciò che la circondava,
trasfigurava e nutriva di bellezza anche l'ovvietà.
Se avesse avuto una forma completamente diversa,
il suo impatto sul mondo sarebbe rimasto inalterato.
Lei non faceva parte di questo disegno divino,
era solo una spettatrice.
Si teneva aggrappata alla paura,
solo per poter avere qualcosa.
lunedì 1 novembre 2010
Un cielo arancio lampione
Il respiro si era fatto pesante, affannato e reso più difficoltoso dalla temperatura fredda al limite della sopportazione. Era evidente l'aria espirata che si condensava. Ormai era più di una settimana che il termometro, anche durante le ore mattutine, rimaneva sempre al di sotto dello zero.
Da qualche ora aveva anche cominciato a nevicare; i fiocchi copiosi avevano preso a coprire l'intera città avvolgendola di un fanciullesco candore. Qualsiasi luogo, fosse anche l'inferno stesso, quando spolverato dai fiocchi di neve diventa sempre fascinoso, ammaliatore, traboccante di languore e struggimento. E' incredibile come una materia algida come la neve possa riscaldare e rendere più accogliente qualsiasi luogo.
Seppur incantevole, la città era quasi completamente deserta. Era mezzanotte e solitamente le strade formicolavano di persone e macchine; il loro vociare e i loro rumori rendevano la città acusticamente sorda alla poetica romantica.
Percosse qualche centinaio di metri incurante delle orme che i suoi grossi piedi lasciavano sul tappeto nevoso. Quei piedi li detestava. Erano stati sempre un freno alle sue ambizioni. Non gli permisero di diventare un'atleta professionista. Seppur talentuoso, un centometrista con 50 di piede non sarebbe mai potuto essere realmente competitivo. Il suo handicap riduceva la corsa, era come gareggiare con delle pinne ai piedi. Non erano stati rari i casi in cui, il suo sgambettare al limite della goffaggine, gli aveva causato cadute rovinose e doloranti. Non solo, in quelle occasioni il pubblico non si era mai tirato indietro dal schernirlo. Il pubblico, la platea sin dalle prime forme di società si è sempre ritenuto in dovere di mostrare un malefico ed incurabile giudizio beffardo nei confronti del diverso. Fosse anche avere appena 13 anni il diverso.
Ma in quella fredda notte non erano quelli i pensieri che albergavano la sua testa. Ogni sua riflessione era dedicata si al passato, ma ad un passato dell'immediato presente e non così lontano nel tempo. Per essere precisi il passato in questione era trascorso da non più di mezz'ora, lo sapeva perché aveva controllato l'orario sul suo orologio da taschino.
Raggiunse la fermata del bus, la novanta come al solito era impeccabilmente puntuale. Salì notando come anche il mezzo era stranamente deserto, fatto più che insolito per un mezzo storico come la 90. In pochi minuti raggiunse casa. Entratovi non tolse sciarpa e cappotto come abitualmente era solito fare; ma si diresse verso la dispensa dove prese la sua amata bottiglia di Rum Appleton Estate, invecchiato in botti di rovere per 21 anni. Ne versò una quantitativo necessario da rendere il bicchiere colmo.
Dalila aveva 21 anni esatti, la stessa età del rum. Con l'unica differenza che i postumi del rum gli avrebbero dato noia per le prossime 24 ore, quelli di Dalila probabilmente lo avrebbero portato alla morte.
Una volta dopo aver fatto l'amore Dalila gli disse:”Solo chi ha capito il significato della vita, può desiderare e trovare la morte”.
Prese il bicchiere di rum, il pacchetto delle Lucky e si recò sul terrazzo. Dal decimo piano il candore cittadino era al massimo splendore. Le luci arancioni dei lampioni si riflettevano sulla neve, ed essa di rimando dipingeva il buio illuminando il cielo di un arancio mite e tiepido. Il risultato era una scialba aurora boreale, privata di alcuni movimenti cromatici. Ma a questa latitudine era il massimo che si potesse ambire dall'etere.
Dalila dunque, Dalila imperava nel suo essere ormai. Ancor di più le ultime parole che le aveva donato. La conosceva abbastanza da sapere che quelle erano le ultime parole, gli ultimi sguardi, gli ultimi momenti di complicità che Dalila gli aveva concesso. D'ora in poi la sua vita sarebbe stata priva di Dalila.
“Ti lascio, vado a vivere con Marco in Belgio. Gli hanno offerto un posto come responsabile di filiale. Non ha dovuto neanche sostenere un colloquio, lo hanno cercato loro”.
Marco, risultava un tipo arguto ai più. Cercava di suscitare simpatia e sagacia arricchendo i suoi discorsi con un esperanto casereccio, con forme verbali come “lovare” o “startire”. Ma quella sagacia da quattro soldi suscitava in Boris una tremende tristezza.
Dopo l'esposizione laconica e priva di poesia, Dalila si voltò e scomparve, risucchiata dalla neve che aveva preso a cadere. La neve non rese più caldo e piacevole quel ricordo.
Boris bevve con un solo sorso il rum nel bicchiere, aspirò l'ultima parte della sigaretta. Poi si spogliò, completamente nudo. Ripose e ripiegò con cura gli abiti lasciandoli sul tavolo.
Si sdraiò sulla spessa coperta di neve che oramai formatasi sul pavimento, e chiuse gli occhi. La schiena non dava informazioni al cervello sulla temperatura percepita; il rum aveva fatto il suo dovere anestetizzando i sensi. Inoltre il suo corpo era irrobustito ed ormai profondo conoscitore di temperature ben più rigide, avendo di fatto trascorso infanzia ed adolescenza svezzato dalla Grande Madre Russia. Il ricordo che più vividamente associava a quegli anni vissuti in patria era quello del volto barbuto e canuto del suo amato padre.
Suo padre, suo padre era un costruttore di strade. Nutriva nei confronti del padre, e del suo lavoro, una lodevole devozione che rasentava una laica venerazione.
Costruire le strade. Seguirne l'andatura e il passo. Sono azioni che corrispondono ad una sorte di amplesso metafisico in cui sia colui che costruisce una strada, sia colui che decide di percorrerla, dona gratuitamente qualcosa di meraviglioso all'altro.
Colui che la costruisce dona un percorso. Senza risparmiarsi in fatica studia il percorso più agevole e breve che possa condurre in un posto. Preoccupandosi di rendere tale percorso il più gradevole possibile. Un dono di pura gratuità.
Chi decide di perseguirla mostra una fiducia apparentemente priva di logica. Si fida del fatto che quella strada conduca davvero nel posto in cui il cartello direzionale ne mostra il nome. E pur non avendo mai conosciuto il costruttore si fida del fatto che quello sia il percorso migliore da compiere.
Dalila, dalla carnagione ingenua, col suo odore nocivo e morboso. Morboso a tal punto da creare dipendenza. Malsana, come ogni dipendenza.
Dalila, come superare Dalila. Impossibile da dimenticare. Ha già dimenticato troppe persone, l'oblio è già colmo di persone, eventi e sensazioni da dimenticare. Troppi fantasmi abitano ormai quei luoghi. Boris non ha più il diritto di dimenticare. Dalila resterà là, senza aver la possibilità di essere emotivamente soppressa.
Qualcosa però deve farla. Una soluzione deve trovarla. Ed anche in tempi relativamente ristretti. L'alcol, e il suo effetto anestetizzante, ne avrà ancora al massimo per 5 ore. Poi la coscienza vulcanica riemergerà a riprendere il controllo emotivo e cerebrale.
Sarà solo, senza Dalila ad affrontare questo problema. Questa volta Dalila ha scelto di essere il problema e non la soluzione.
L'indomani acquisterà il giornale locale, non sarà interessato alla cronaca o agli eventi mondani. Cercherà un lavoro a tempo pieno per poter occupare la giornata.
Del resto non sa molto, solo che Dalila, ormai è in Belgio.
domenica 31 ottobre 2010
Lettera
Pur impegnandomi non riesco a ricordare con precisione l'anno in cui gli eventi si verificarono. Ricordo solo che l'Inter aveva fatto il solito campionato di merda; ma questo sfortunatamente non rende più facile la mia ricerca.
Dato la prospettiva che ho di quei ricordi, credo che gli avvenimenti in questione siano avvenuti nella seconda metà degli anni '90.
A quei tempi il concetto di tempo era qualcosa di molto labile. Giorni, mesi, anni; non li ricordo come una linea continua dove gli eventi sono dislocati secondo il loro ordine di successione. Più tosto gli eventi di quel periodo li ricordo come un'enorme gomitolo, pieno di nodi, in cui capo e coda combaciano; in cui le cose avvenivano senza seguire una certa logica.
Sarà per il fatto che all'epoca nulla cominciava e nulla terminava davvero, proprio come gli avvenimenti del mondo dei sogni; non riesci a capire quando hanno inizio e quando terminano, riesci a mantenere solo l'evento. Non avevo particolari preoccupazioni o gioie. Non avevo neanche quello che oggi potrei definire “la mia storia personale”; l'esperienza insomma.
Forse è per questo che ero, e sono tutt'ora, cattivato, attratto, sedotto dai vecchi casolari abbandonati. Cartiere dismesse, fabbriche diroccate e casali ormai inghiottiti dal tempo erano gli habitat ideali in cui rifugiarmi. Quei ruderi, ceneri dei fasti che un tempo ostentavano, trasudavano umide esperienze di vita; alcune anche pagine di storia. Quelle pareti crepate, quegli affreschi divorati dalle muffe, i mosaici interrotti, le vecchie macchine industriali, da li potevo suggere tutta l'esperienza di cui avevo bisogno.
Mi raccontavano storie fantastiche dei personaggi che avevano abitato quei luoghi. Di tanto in tanto la puerile speranza di trovare tracce tangibili del vissuto, erano ripagate da fotografie rovinate o da qualche attrezzo ormai corroso dalla ruggine.
Ma tra le tante, ve ne è una che non ho mai dimenticato. Purtroppo è stata demolita per far posto ad un complesso condominiale dal pessimo gusto estetico.
A differenza delle altre, i tesori che custodiva non si limitavano a qualche utensile arrugginito. Ovviamente anche questa era stata stuprata e deturpata da vandali e dalle stagioni; ma conservava quasi intatta la sua originale quotidianità.
Tra cocci di bottiglie di birra, preservativi, immondizia e siringhe infette; vi erano sparse delle lettere. Alcune di esse divorate dai falò, altre dall'umidità. Fortunatamente però, tra di esse alcune avevano stranamente conservato la propria forma. C'erano addirittura dei libri e delle chiavi di diverse misure. Lo stato di eccitazione del momento non mi fece render conto di ciò che mi circondava.
Arraffai alcune lettere ed altri utensili, preso dall'ingordigia anche alcune manciate di polvere; e corsi verso casa. Lessi le prime lettere faticando con le grafie e la grammatica del tempo lontano. Cercai di ricostruire le vicende narrate, i ruoli familiari, le vicende private. Ad un tratto rimasi pietrificato; scoprendo che non tutti i sarcofagi erano stati violati! Una delle lettere era ancora sigillata, e lo era da sessant'anni.
Non so quanto tempo abbia lasciato trascorrere prima di decidermi di aprirla. Ogni volta che tentavo di farlo le mani mi tremavano, il sudore freddo cominciava e percorre la schiena ed una morsa mi stringeva le budella. Una semplice lettera inviolata riusciva a darmi tutte queste emozioni. Negli anni a venire poche cose hanno sfiorato le stesse emozioni.
Ero moralmente contrario, fin da quella tenera età, nel violare l'intimo altrui. Un giorno però, la curiosità vinse la morale e decisi di violarne i sigilli.
L'autore era un ragazzo, uno studente universitario. In un corsivo ricco di ghirigori e con una grammatica colma di riverenze e di ossequioso rispetto; si rivolgeva imbarazzato a suo padre. Una lettera figlia di un tempo oramai perduto.
Quel ragazzo si chiamava Giorgio, aveva circa vent'anni quando aveva scritto la lettera. Le prime righe come detto, esprimevano un rispetto sporcato da un sentimento di terrore che nutriva nei confronti del padre. Dopo le prime righe, il tono della lettera si arricchì con ulteriori sentimenti. Imbarazzo, vergogna che culminavano nel chiedere il perdono più sincero. Aveva capito il perché del silenzio e del distacco con cui il padre l'aveva ricoperto negli ultimi mesi. Un sentimento di indifferenza così grande da portarlo a non leggere più neanche la corrispondenza di quel figlio lontano. Giorgio studiava a Napoli, si era ammalato di sifilide. Non potendo chiedere le cure adatte all'ospedale dell'università in cui studiava, dato che avrebbe rischiato l'espulsione, decise di chiedere un prestito ad un conoscente della famiglia. Utilizzò quel prestito per potersi curare e portare a compimento l'ambizione di diventare medico. Promise al suddetto conoscente di restituire il tutto entro tre mesi pregandolo di non proferire parola, soprattutto con l'austero padre.
Questi però non rispettò il patto. Inviò una lettera all'austero rivelandogli il debito che il figlio aveva contratto, senza però fare alcun accenno alla malattia di Giorgio. Il padre saldò il debito senza chiedere spiegazioni e sentendosi tradito dalla fiducia accordata a Giorgio, decise di cancellarlo dalla sua lista degli affetti.
Senza non poca fatica Giorgio riuscì a ricostruire gli eventi riversando in quella lettera tutta la verità. In poche decine di righe ebbi l'immagine di una ragazzo fragile che in lacrime e col proprio cuore in mano cercava di riappropriarsi di quell'affetto. Il padre invece decise di riservargli la più grande delle punizioni: il silenzio, l'indifferenza.
Quella stessa indifferenza, probabilmente, fece in modo che quelle parole non vedessero mai la luce . O forse non ne ebbe il tempo, dato che l'annullo sul francobollo portava la data del '40. Probabilmente l'entrata in guerra da parte della nostra nazione fu il motivo per cui è rimasta sigillata. Indifferenza o guerra, rimase sigillata per anni e nessuno, a parte me, seppe la verità. Non mi è mai stato dato sapere se il messaggio contenuto in quella busta sia giunto attraverso altre vie.
In tutti questi anni, sono stato sempre compiaciuto dal pensiero che in qualche modo sia riuscito a liberare nell'etere quel messaggio e che in qualche modo abbia raggiunto il destinatario. Rendendo, probabilmente, lieto il sonno di qualcuno.
martedì 26 ottobre 2010
Black Francis
Quel mattino, Marta fu risvegliata dal suono insistente e beffardo del campanello. Erano appena le sette, troppo presto anche per lei. Abituata a svegliarsi di buon mattino, ma il sabato no, il sabato era sacro; non dovendo lavorare. Il campanello continuò a suonare per qualche minuto; per il bene della sua psiche, e di quella dei suoi vicini, fu costretta ad alzarsi.
Era Alex, sveglio incredibilmente così presto. Probabilmente, anzi, non era ancora andato a riposare. Quell'inverno dall'altra parte era stato particolarmente instabile, riflettendo i suoi cambiamenti anche su Alex; affetto da metereopatia cronica. L'odore del freddo invernale si manifestò col suo arrivo raggelando il già compromesso risveglio di Marta.
Marta aveva ancora il cervello atrofizzato dal sonno. Le palpebre a mala pena mostravano le pupille e la sua deambulazione non era di certo stabile. Non era neanche del tutto sicura se quello che percepiva era reale o frutto del mondo di Morfeo.
Sogno o realtà non aveva molta importanza; Alex era la per qualche motivo.
“So bene che manca più di un mese al tuo compleanno, ecco il tuo regalo... Crescilo come se fosse tuo figlio, ma ti prego non farne una borsa!”.
Marta prese il grosso e pesante pacco per le sue braccia esili e poco abituate a portare pesi. Il suo corpo era atletico ma minuto, non superava i 50 kg di peso, 1,60 m la sua altezza.
Posò il pacco sul tavolo. Voltandosi si rese conto che Alex era già andato via, praticamente fuggito. Non diede molta importanza a quell'insolita situazione; Alex l'aveva abituata a stranezze molto più improbabili.
Chiuse la porta ed ancora rintronata se ne tornò a letto. Un paio d'ore più tardi fu nuovamente risvegliata da un trillo; questa volta era la sveglia.
Il sonno in seconda battuta aveva cancellato tutto quello che era successo le due ore precedenti. Per questo, mentre faceva colazione, rimase stupita di quel grosso pacco dagli incarti fluorescenti.
Rimase a fissarlo per qualche minuto. Prese il telefono, compose il numero di Alex, cercando delle risposte. Il telefono squillò invano, ma nessuna voce dall'altra parte diede spiegazioni.
Decise di scartarlo, convinta che il contenuto potesse darle una qualche risposta. Lo scartò con una certa cura, intuendo che contenesse qualcosa di delicato.
Il dono non portò nessuna risposta. Anzi, oltre ad incrementare la sensazione di stupore e incredulità; portò un notevole sentimento di terrore. Istantaneo, in pochi secondi il suo corpo diventò duro come il marmo, non riuscendo a muovere alcun muscolo del suo corpo.
I suoi pensieri erano anchilosati alla scatola cranica. Il regalo consisteva in un pitone reticolato di sette metri. Il muso dorato sfumava pian piano fino a prendere un color bronzo con diversi motivi di colore nero e dorato verso la coda.
Quella sensazione di stupore e sorpresa continuarono ad intontirla per le settimane successive. Alex, l'unico che potesse farle capire qualcosa era scomparso. Non aveva lasciato spiegazioni, né alcun tipo di recapito; era semplicemente sparito.
Altri punti interrogativi si aggiunsero a quell'incredibile storia.
Il tempo trascorreva come sempre e Marta alla fine capì che il pitone era il regalo d'addio. Alex che in due anni mai le aveva donato qualcosa. Disturbi psichici a parte. Dopo qualche mese, anzi, di Alex non vi era più traccia nei pensieri di Marta; come se non ne avesse mai fatto parte.
Ben presto lo stupore mutò in un sentimento di affetto che cominciava a mostrare per quel rettile. Black Francis, decise di chiamarlo così.
In pochi mesi quel sentimento di affetto evolvette ulteriormente avvicinandosi al sentimento che provava per Alex. Qualunque esso fosse.
Black Francis divenne l'essere con cui stabilmente Marta aveva quello che più si avvicinava ad una relazione. Per lui mutò il suo essere. Lei, vegana convinta, ogni settimana non mancava mai di comprare topi surgelati per il proprio “boy”. Aveva cambiato l'arredamento del suo appartamento ricoprendolo di tappeti per rendere più agevole il suo strascicare per la casa; sempre alla ricerca del posto più caldo ed umido.
Delle volte, la voglia si faceva sentire, e Marta approfittava della fisionomia di Black Francis, che ben si prestava per soddisfare il proprio bisogno. Lo considerava il partner più dotato che avesse mai avuto. Coi suoi quasi sette metri di lunghezza. Lo prendeva dalla coda, mentre Black Francis era intento a consumare il proprio pasto. Spostava delicatamente gli slip e cominciava a sfregare la punta della goda sul suo clito. Continuava così per qualche minuto finché le sue labbra morbide e bagnate erano pronte ad accogliere il retro del rettile. Data la larga circonferenza del corpo di Black Francis, Marta riusciva a penetrarsi con pochi centimetri del suo corpo; Black Francis gli procurava un grande piacere. Piacere dato soprattutto dal corpo scabro e duro del rettile. Non era un'operazione semplice e sempre praticabile; ma quando fatta con la giusta grazia dava grandi soddisfazioni. Una sorta di “consolador” naturale.
Marta ormai era diventata un fantasma. Dopo il lavoro si rinchiudeva in casa; gestendo la propria vita in funzione di Black Francis. Non la si vedeva praticamente più al “Posto”, tanto è vero che tutti cominciarono a chiedermi notizie di lei; essendo la sua gemella..
Mi parlava spesso di Black Francis; soprattutto di quei piccoli comportamenti, vicini a quelli umani, che con grande attenzione si potevano osservare sul rettile. Smise di cercare gli esseri umani e i loro talvolta bizzarri comportamenti, cercandone la loro simulazione nel rettile.
Le piaceva, sopra ogni cosa, quando ritrovava il pitone involto a spirale ai piedi del letto. Dovette comprare un letto più grande e robusto che potesse sopportare il peso del rettile. Black Francis arrivò a pesare oltre 60 Kg l'ultima volta che lo vidi.
Durante la nostra ultima telefonata Marta era turbata ed innervosita. Mi disse:
”Sai sono preoccupata, Black Francis è molto strano ultimamente. La mattina lo ritrovo srotolato e disteso per il lungo al mio fianco. E' un comportamento che non ha mai avuto. Spero che non abbia qualche male. Penso di portarlo dal veterinario tra qualche giorno, anche se non è facile trovare veterinari specializzati in rettili”.
Marta non la sentì per un paio di settimane. Ricevetti invece la telefonata della polizia. Mi chiedevano di andare a riconoscere la vittima.
Non sono del tutto certa, ancora oggi dopo molto tempo, che quella fosse mia sorella. Gli acidi gastrici del rettile avevano corroso il suo volto, il suo corpo. Ma la farfalla tatuata sulla schiena, durante il viaggio in Francia per il nostro diciottesimo compleanno mi convinse che era lei. Quando l'avevano ritrovata, il rettile era supino intento a digerirla. Ci avrebbe messo 3-4 mesi, forse di più secondo il medico legale. Aveva impiegato circa cinque ore per fagocitarla. Marta non si accorse di nulla, prendeva massicce dosi di sonnifero per addormentarsi.
Il veterinario successivamente mi spiegò i motivi dello strano comportamento del rettile. Non si dispiegava al suo fianco perché stava male, gli stava solo prendendo le misure.
domenica 24 ottobre 2010
Lo so
Non so dove,
Non so quando,
Non so come
e non so nemmeno chi;
ma ne sono certo, ci hanno fregato.
Chissà se un altro al posto nostro
col nostro stesso corpo, il nostro stesso cervello,
le nostre stesse opportunità,
sarebbe riuscito a trarre qualcosa di migliore
dalla nostra vita.
Non so quando,
Non so come
e non so nemmeno chi;
ma ne sono certo, ci hanno fregato.
Chissà se un altro al posto nostro
col nostro stesso corpo, il nostro stesso cervello,
le nostre stesse opportunità,
sarebbe riuscito a trarre qualcosa di migliore
dalla nostra vita.
sabato 23 ottobre 2010
02
"...Si fidava di lei, stranamente cominciava a fidarsi di un essere umano. Stranamente la cosa non gli parve forzata. Non gli parve neanche di tradire la sua natura. Anzi, gli parve così fluido e regolare il suo donarsi e fidarsi. Naturale, regolare e fluido come una passeggiata. La gamba sinistra segue la gambe destra; la gamba destra si fida della sinistra nella misura in cui la sinistra si fida della destra. Avrebbe voluto che quella lunga passeggiata durasse in eterno, così sia lui che lei avrebbero avuto sempre un passo da fare."
sabato 16 ottobre 2010
01
Omertosi giardini traboccano dai balconi dei piani più alti
cercando di rendere meno cancerogena l'aria respirata.
Un cielo pervinca dalla carne sporca
abbraccia l'intero abitato.
Un giorno dovrà rendere conto
al divino in persona del suo operato,
perchè questo cielo ha la coscienza graffiata da diversi suicidi.
Camminando su cocci di finestre infrante
ti accorgi che a volte,
a volte la città la senti graffiare sotto le unghie.
cercando di rendere meno cancerogena l'aria respirata.
Un cielo pervinca dalla carne sporca
abbraccia l'intero abitato.
Un giorno dovrà rendere conto
al divino in persona del suo operato,
perchè questo cielo ha la coscienza graffiata da diversi suicidi.
Camminando su cocci di finestre infrante
ti accorgi che a volte,
a volte la città la senti graffiare sotto le unghie.
venerdì 15 ottobre 2010
Ruggini
Mi muovo in questo spazio senza tempo
alla velocità della vita,
nudo, con in mano solo il mio volto.
Le parole hanno poco significato
ed i vostri sguardi ancor meno.
E' questo ciò che resta
del tuo canto al miele
e delle mie urla arruginite.
Resta solo una candela spenta
che non ho mai avuto il coraggio
di bruciare.
alla velocità della vita,
nudo, con in mano solo il mio volto.
Le parole hanno poco significato
ed i vostri sguardi ancor meno.
E' questo ciò che resta
del tuo canto al miele
e delle mie urla arruginite.
Resta solo una candela spenta
che non ho mai avuto il coraggio
di bruciare.
Il clown
Il clown è morto
e con lui il suo dilemma;
nessuno sapeva chi fosse
ma una cosa è certa
il clown è morto.
E' morto nei pomeriggi di questa città imbronciata,
è morto nelle promesse non mantenute,
la sua tristezza non sarà più celata da sorrisi
perchè ormai
il clown è morto.
E' morto nella ripetizione dei giorni,
è morto nella sua follia;
è morto strozzato dal suo papillon
soffocato dal suo trucco.
E' morto da solo
nel solo modo che conosceva.
e con lui il suo dilemma;
nessuno sapeva chi fosse
ma una cosa è certa
il clown è morto.
E' morto nei pomeriggi di questa città imbronciata,
è morto nelle promesse non mantenute,
la sua tristezza non sarà più celata da sorrisi
perchè ormai
il clown è morto.
E' morto nella ripetizione dei giorni,
è morto nella sua follia;
è morto strozzato dal suo papillon
soffocato dal suo trucco.
E' morto da solo
nel solo modo che conosceva.
"Come uno scultore"
Entrai nel solito bar del centro, e per una volta cercai di non sentirmi fuori. Lei era nuova, e non mi conosceva ancora. Ma con un cenno capì subito cosa volevo. La nebbia era così fitta che pareva fosse penetrata anche nel locale. Portò da bere al mio tavolo e nel chinarsi i capelli le nascosero il viso. Era pura come in un sogno eppur terribilmente reale. E quell'indicibile segno poi. Non era una fotocopia in bianco e nero di un dipinto di Schiele. Non potevi appenderla al muro come le altre. Lei aveva colori propri. Colori mai visti e tutti tendevano all'azione. Ecco si, di lei, per lei perdere la testa sarebbe sempre la cosa più giusta da fare. Oggi compio gli anni e 24 sono abbastanza per cominciare a capire cosa sei e di cosa ti nutri. Cominci finalmente a capire a cosa sei allergico. E di una cosa sono assolutamente certo:
Perdo interesse delle cose quando capisco come sono fatte, per questo scelgo di non capirti; scelgo che tu rimanga solo un'idea nella mia testa.
Come uno scultore elimina da un blocco di marmo le parti in eccesso, per dare alla luce una statua; allo stesso modo eliminerò nella mia mente le parti che hai in eccesso, così da poterti sempre contemplare.
Ti lascerò li, nell'angolo più buio; perché se illumini le ombre, scompaiono.
L'importante non è farlo, l'importante è poterlo fare; o almeno credere di poterlo fare.
Patto
Lo scopo, il motivo, il perchè. L'universo intero è mosso da motivazioni, più o meno nobili, più o meno sincere.
Anche Milk ne ha una, nobile forse, sincera sicuramente. Anzi l'intento è molto ma molto egoistico. Milk lo fa per bisogno, un bisogno fisiologico di espellere. Feci o miele non è questo quello che interessa a Milk, a lui interessa evacuare, alleggerirsi, star meglio. L'importante sarà non perdere mai di vista il patto di sincerità volto a se stesso.
Anche Milk ne ha una, nobile forse, sincera sicuramente. Anzi l'intento è molto ma molto egoistico. Milk lo fa per bisogno, un bisogno fisiologico di espellere. Feci o miele non è questo quello che interessa a Milk, a lui interessa evacuare, alleggerirsi, star meglio. L'importante sarà non perdere mai di vista il patto di sincerità volto a se stesso.
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